Fattore Hype: Destiny 2 ft. Sins of the Father

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Fattore Hype: Destiny 2 ft. Sins of the Father

L’estate è oramai terminata, e questo significa che si torna a fare sul serio. Non potevamo dunque inaugurare questa nuova stagione videoludica con un nuovo appuntamento con la rubrica Fattore Hype, ed il tema che trattiamo oggi è particolarmente spinoso: Destiny 2. Il seguito del progetto decennale di Bungie rappresenta senza dubbio il proverbiale “inizio col botto” del mese di settembre. Pronti per un flusso di pensieri senza peli sulla lingua? Bene, iniziamo pure allora.

Il titolo suggestivo che è stato dato a questo articolo, oltre ad essere una chiara citazione al main theme di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain del maestro Kojima, è quanto mai esplicativo della situazione attuale che si ritrova ad affrontare oggi il seguito diretto di uno dei titoli che ha avuto un impatto notevole sul medium videoludico per console, pur essendo da molti detestato o snobbato. Perché direte voi? Beh, proprio la delicata voce di Donna Burke ci verrà in aiuto per contestualizzare il tutto. Ma andiamo con ordine.

 

“Blind, in the deepest night”

Prima dell’uscita di Destiny, il mondo degli appassionati di videogiochi era in subbuglio. Bungie, la storica software house che ha dato vita ad Halo e di fatto consacrato Microsoft come potenza videoludica, abbandona i lidi sicuri di casa Redmond per accasarsi da Activision. Il risultato di questi sforzi è stato Destiny, un FPS innovativo, che miscela un comparto di “gun-play” dalla qualità cristallina (che è poi il marchio di fabbrica ndr) alle controparti GDR tipiche del mondo degli MMO. Un’idea che anni prima sarebbe sembrata bizzarra, ma che grazie all’impennata della “commistione di generi” sempre più frequente, partendo da Bioshock di Ken Levine (eco del mai sufficientemente considerato System Shock), passando per Borderlands e giungendo infine da Fallout 3, ha permesso al pubblico di apprezzarne in pieno la struttura. Questi sono solo tre tra i più celebri casi che hanno permesso di capire che sì, gli FPS si sposano incredibilmente bene con un sistema tipico dei giochi di ruolo occidentali. E’ evidente quindi pensare come Destiny venne subito identificato come lo step evolutivo successivo. Le fasi alpha e beta del titolo avevano suscitato un’estrema positività a riguardo, e la curiosità non faceva altro che aumentare a dismisura in attesa della release ufficiale. E qui, iniziarono i problemi, non per forza esclusivamente del titolo Bungie ma di chi i giochi li racconta.

“Words that kill”

Parole che uccidono, esattamente. Ora, chiariamoci, è ovvio che state leggendo parole scritte da chi, personalmente e genuinamente, ha adorato Destiny ed il suo modo di fare, quindi tutto ciò potrebbe sembrarvi un attacco cieco contro chi ha parlato male del gioco Bungie. Invece di abbassare il livello della discussione ad una becera battaglia fanboystica (passatemi il termine), preferirei costruire un dialogo il più oggettivo possibile, cercandovi di dimostrare come Destiny non sia il giocaccio che in molti dipingono. Stipulate le regole dello scontro, direi che ora si possa passare ai fatti. Senza girarci troppo attorno, il 95% delle recensioni uscite su Destiny non sono degne di questo nome. Attenzione, non discuto voti negativi o positivi, ma la metodologia adottata per la stesura dell’articolo. Andando a scartabellare con cura le varie “recensioni”, noterete qualcosa di incredibilmente sospetto, ovvero la data. La stragrande maggioranza di questi articoli sono stati pubblicati, vuoi per necessità o per altro, dopo pochi giorni, quindi senza le sfumature tutt’altro che secondarie legate all’attività end game per eccellenza: il raid, al tempo rappresentato dalla Volta di Vetro. Senza contare il sistema legato alle quest esotiche, al tempo gestite da un sistema randomico che rendeva difficilissimo ottenerle dopo mesi, figuriamoci in pochi giorni. Quindi, sia in positivo che in negativo, parliamo di recensioni ad un gioco castrato, che cozza incredibilmente con il concetto di recensione, ovvero una prova completa ed approfondita di un prodotto. Questo ha dato vita a pareri contrastanti e gente che dopo un paio di giorni ha rivenduto il titolo, perché credeva, in buona fede, che il divertimento fosse tutto lì. Sbagliando, così come hanno sbagliato molti che, magari impropriamente, potrei definire colleghi. Inutile dire che, oggigiorno, in pochi sanno farsi realmente un’idea propria, e le malelingue di alcuni “esperti del settore” hanno condannato Destiny ad un esistenza sempre contraddistinta dall’ombra del dubbio e da teorie del sospetto. E questo, signori, non è colpa di Destiny ma di chi dovrebbe aver coscienza di prendersi il suo tempo per poter dare un giudizio il più completo ed affidabile possibile, non parziale, al proprio pubblico, in quanto istruttori dei propri seguaci.

 

“The Sins never die, can't wash this blood off our hands”

Tutti contro il povero Destiny dunque? Un complotto ideato con l’intento di far cadere nell’oblio la nuova IP di Activision? No, anche perché la stessa Bungie non è esente da critiche. Seppur l’ottimo lavoro svolto, il primo Destiny ha faticato parecchio a trovare il suo equilibrio, raggiunto solamente con la pubblicazione di The Taken King, la rivoluzione necessaria per dare il giusto piglio al titolo. I problemi che affliggevano l’originale Destiny sono sicuramente stati enfatizzati dai media, ciò non toglie che i difetti erano sotto gli occhi di tutti, pur non rappresentando un ostacolo sull’ottima fruizione del gioco. Anzi, l’unica cosa negativa dell’espansione che ha portato Oryx alle porte dell’Atollo è stata proprio l’accondiscendenza di Bungie nel rendere il gioco troppo user-friendly, semplificando maledettamente il sistema di potenziamento dei propri equipaggiamenti. Così facendo, in parte snaturando la natura hardcore dell’end game, Bungie stessa ha creato terreno fertile per i dubbi, e Destiny è diventato esattamente il bersaglio delle critiche che tutti cercavano. Ritrovandosi dunque abbandonato, da solo tra due fuochi. Uscendone bruciato.

“Our salvation lies, in the Father’s sins”

Cosa ci ha raccontato, dunque, l’esperienza maturate in questi tre anni di Destiny? Prima di tutto che Bungie è la prima che deve assicurarsi di produrre un progetto più completo e ridurre al minimo i possibili errori, basandosi su quanto appreso in questa prima lunga gestazione. Secondariamente, che anche la critica videoludica deve imparare a trattare i titoli MMO in maniera differente, come in parte sta già avvenendo, senza dover avere la foga di partecipare alla corsa di chi pubblica per primo, una gara in cui l’unico perdente rimane il pubblico. Sperando che i “peccati del Padre” possano condurre Destiny 2 alla grandezza.

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