Retro Weekend: Final Fight
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Retro Weekend: Final Fight

Se vi dico Haggar, Cody, il tipino vestito di rosso Guy, Andorre e Axl e Slash, vi viene in mente qualcosa? E se vi aggiungo che sono personaggi appartenenti a uno dei giochi più conosciuti al mondo? E che lo ha sviluppato Capcom? E che si chiama Final Fight? E che tale titolo fu il capostipite della grande scuola di picchiaduro a scorrimento della casa di Osaka? Bhé, direi che tutti questi indizi possono bastare per farvi capire che oggi vi racconterò della mia esperienza con sua maestà Final Fight.

 

IN UN BAR DI PAESE, AD UN TRATTO…

Il primo incontro con Final Fight lo ebbi nel lontano 1990, nel bar più conosciuto di un piccolo paese della bergamasca. No, tranquilli, non è che i bambini frequentavano abitualmente un bar anziché divertirsi a giocare a pallone, ma si andava a prendere il ghiacciolo o il gelatino di turno. Nella stanza adiacente vi erano tre cabinati, uno di fianco all’altro: Super Mario Bros. (esatto, esisteva anche una versione Arcade) sul lato destro, e Snow Bros, gioco frequentatissimo fino a quel momento, su quello sinistro. In centro invece capeggiava un terzo gioco e che stava riscuotendo molto successo, visto che ci giocavano due ragazzi grandi (guai a disturbarli, all’epoca di temeva l’autorità degli adulti) e i marmocchi come me erano semplici spettatori. Finalmente, una volta che la marmaglia si dileguò, ebbi la possibilità di mettere le mie 200 lire per provare ‘sto benedetto gioco. Inizialmente dovevo scegliere tra tre personaggi: Haggar, un energumeno che, a quanto seppi dopo, si trattava del sindaco di Metro City, la città nella quale si svolgevano i fatti, e al quale avevano rapito la figlia; Cody, il fidanzato della sfortunata e, quindi, genero di Haggar; e il personaggio meno usato di tutti, tale Guy, un nanetto vestito di rosso, rapido e letale, o almeno così sembrava. Scelto il personaggio, Haggar, ovviamente, fui scaraventato nelle strade della metropoli pronto a spaccare le ossa ai membri della gang Mad Gear. Final Fight si rivelò subito come un titolo godibilissimo, graficamente impressionante, per gli standard dell’epoca, e fruibile sin da subito. In primo luogo servivano solamente due pulsanti, uno dedicato al salto e un altro all’attacco. In base al personaggio selezionato si potevano effettuare diverse mosse, visto che il protagonista poteva afferrare un nemico solo avvicinandosi ad esso. Haggar, ad esempio, una volta catturato il nemico, poteva effettuare alcune mosse di wrestling, come la supplex o altre prese che verranno riprese successivamente per Zangief in Street Fighter II. Per le strade si affrontavano personaggi presi direttamente dagli stereotipi di quegli anni, come Andore che altri non era se non l’alter ego del wrestler André the Giant, oppure Axl e Salsh, chiaro riferimento ai Guns N Roses, o, ancora il poliziotto che è identico al lottatore Big Bossman. Insomma avete capito che il gioco è un omaggio a quel decennio che stava per finire, con tutte le sue estremizzazioni, gli eccessi e una vita da strada che era entrata nell’immaginario collettivo grazie ai numerosi film o, in questo caso, videogiochi. Giocare a Final Fight in collaborazione con un amico era però il massimo, e rendeva la cose un pochino più facili. Sì perché il titolo Capcom non era propriamente un gioco semplice, quando ci si trovava con lo schermo pieno di nemici pronti a farci neri erano problemi mica da poco. Non tutto era perduto, però: la casa di Osaka aveva inserito, per la prima volta, la possibilità di utilizzare una mossa speciale, premendo i pulsanti dell’attacco e del salto insieme, spazzando i gruppi di malintenzionati che ci circondava pagando, come pegno, una piccola parte della barra di energia. Per la prima volta, poi, in un picchiaduro a scorrimento, era possibile vedere la barra di energia dei cattivi, in modo da potersi regolare su coloro che potevano essere affrontati per prima, adottando una vera e propria strategia di attacco atta, per esempio, a liberarsi subito dei nemici più deboli, in modo che non rompessero troppo le scatole. In  nostro soccorso vi erano anche alcune armi reperibili distruggendo barili o casse, come il tubo, o il pugnale o la katana, ma che si perdevano una volta colpiti dal nemico. Per recuperare energia erano presenti alcune cibarie sempre reperibili in giro, dal cosciotto alla ‘cochina bella fresca’, all’hamburger.

 

MONDO UNDERGROUND

Tutto si ispirava al decennio più folle del ‘900, con tanti riferimenti alle mode dell’epoca, dai vestiti larghi, al wrestling, ai capelli colorati delle ragazze, sino agli occhiali sottili come quelli indossati dal primo boss. I nemici, anche quelli ordinari, erano molto vari e erano presenti i tipi con il giubbino di pelle, così come i punk o i grassoni di turno: insomma ‘era una bella cozzaglia di cattivi pronti a farci il mazzo. I boss erano sempre più potenti e, secondo me, alcuni di quelli meglio riusciti di tutta la storia dei picchiaduro a scorrimento. Basti pensare al cattivo finale, il temibile Belger, inizialmente un povero assassino relegato sulla sedia a rotelle ma in grado di diventare il più stronzo dei boss, nonostante l’aspetto. Senza contare i colpi di scena, come la sfida finale tra Cody e lo sfigatello Guy. Le ambientazioni erano molto underground, e il gioco in generale sembrava un film action in voga proprio negli anni ottanta: Metro City raccoglieva tutto quello che, all’epoca, era per noi l’America. Si andava dalle strade, alla metropolitana, alla casa del cattivone.

 

Final Fight non è solo un gioco che ha rivoluzionato il sistema dei picchiaduro a scorrimento, aggiustando quanto visto in Double Dragon, ma una vera e propria icona culturale dell’epoca, una raccolta di tanti stereotipi che hanno caratterizzato una generazione. Chiunque conosce per bene i videogiochi non può non ricordare con affetto e riconoscenza Haggar, Cody e il nanetto Guy. Naturalmente Capcom provò in seguito a sfruttare il brand con seguiti più o meno riusciti, ma nessuno raggiunse i livelli dell’originale. Ed è giusto così: un capolavoro deve rimanere tale, tanto più si tratta di un titolo monumentale come Final Fight. In fondo non c’è niente di meglio che utilizzare un sindaco ex wrestler, il suo genero futuro galeotto e un nanetto per andare a menare una gang di delinquenti capeggiati da un boss altamente malvagio e da sgherri stereotipati. Ma la cosa migliore è spaccare le ossa a tutti questi, facendogli capire chi comanda. ICONA.