Retro Weekend: Mortal Kombat
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Retro Weekend: Mortal Kombat

Uno dei più piacevoli ricordi della mia infanzia videoludica è dedicato a un titolo che non era propriamente un gioco ‘tranquillo’ o adatto a un fanciullo di undici anni. Sto pralando di quel Mortal Kombat che, nel lontano 1992 sconvolse il mondo dei videogiochi.

ALL’IMPORVVISO SANGUE A GO-GO

Ero entrato in un bar con mio papà, come mia consuetudine mi recai a vedere se ci fossero dei cabinati da qualche parte e, in quell’occasione, mi accorsi che il locale aveva una vera e propria piccola sala giochi, con tre cabinati, un flipper e un biliardo. Fui attirato da un titolo sin da subito da un gioco di lotta dove uno pseudo Bruce Lee stava combattendo contro un ninja blu e nero. Ci stava giocando un ragazzo, e la cosa impressionante era la quantità di sangue enorme che schizzava nello stage ad ogni minimo pugno e la grafica realistica che lo caratterizzava. Infatti i lottatori non erano disegnati ma riproducevano persone vere, e l’effetto era piuttosto piacevole, seppur con qualche scatto non propriamente reale. Quando il ragazzo finì di giocare, sconfitto, comparve la scritta Finish-him, ma non capii subito a cosa si riferisse. Il novello Bruce  Lee cadde a terra e tutto si concluse. Toccava a me. Infilate le 500 lire scelsi un altro personaggio, un tipo con mezza faccia metallizzata, tipo Terminator. Ovviamente il primo scontro lo perdetti alla grande, facendo comparire di nuovo quella scritta ‘Finish –Him’ solo che stavolta accadde qualcosa di truce. Il ninja vestito di blu e nero, si avvicinò al mio personaggio e, come se nulla fosse, gli staccò la testa con attaccata la colonna vertebrale. Silenzio. Occhi fissi sullo schermo. Bocca aperta. ‘WOW’ fu la prima cosa che dissi. E subito provai di nuovo, stavolta cambiando personaggio e prendendo quel Bruce Lee che una voce sinistra annunciò con il nome di Liu Kang. Vinsi i prime due scontri con una donna, una certa Sonya, ma al ‘Finish –Him’ non seppi che fare. Finì che lei cadde e passai allo scontro successivo, stavolta su un ponte pericolante, contro un personaggio che sembrava preso pari pari, dal personaggio presente in un film che mi piaceva moltissimo, Grosso Guaio a Chinatown. Il personaggio in questione era Raiden, una sorta di divinità in grado di governare tuoni e fulmini, con tanto di cappello di paglia che rimandava parecchio ai personaggi presenti nel film con Kurt Russel. Ovviamente, anche stavolta, persi: il dio del tuo sferrò un uppercut al mio Liu Kang e, con grande meraviglia (pensavo stramazzasse semplicemente al suolo), cadde dal ponte che, suo malgrado, sul fondo presentava delle lance issate verso l’alto. Per il povero Liu Kang non ci fu nulla da fare, rimase stecchito in mezzo ai corpi di altri malcapitati che, in seguito, capii che si trattava delle facce digitalizzate dei programmatori.   

 

…alcuni giocatori non erano per nulla incavolati quando perdevano uno scontro, anzi, speravano che il nemico effettuasse sul corpo inerme del lottatore sconfitto, una fatality.

UNA VIOLENZA DIGITALIZZATA

Mortal Kombat, all’epoca, rappresentò lo sdoganamento della violenza digitalizzata. L’alta dose di realismo fece gridare allo scandalo i più, ma fu proprio questo il suo punto di forza. Il titolo creato da Ed Boon non si distingueva per una giocabilità di ottimo livello, soprattutto se rapportata a Street Fighter 2, ma riusciva a coinvolgere i giocatori grazie ai suoi tocchi di classe: oltre alle Fatality, c’era la possibilità di affrontare Reptile, il ninja verde nascosto e non disponibile come personaggio utilizzabile; Goro, seppur adesso potrebbe strappare qualche sorriso il fatto che fosse stato ricreato in plastilina, era un boss temibile e raccapricciante mentre Shang Tsung, il boss finale, aveva la possibilità di trasformarsi negli altri personaggi del gioco. Se a tutto questo si collega una trama comunque ben studiata e, a tratti epica, che si è poi sviluppata nei capitoli successivi in maniera piuttosto coerente, capirete perché MK ha avuto un successo così straordinario. Addirittura, da quanto maturato nella mia esperienza con il cabinato, alcuni giocatori non erano per nulla incavolati quando perdevano uno scontro, anzi, speravano che il nemico effettuasse sul corpo inerme del lottatore sconfitto, una fatality. La violenza, insieme a un mix di tradizioni occidentali e orientali, la facevano da padrone in un titolo che, indubbiamente, ha segnato la storia del mondo videoludico. In un certo senso, Mortal Kombat a sdoganato la violenza più becera nel mondo dei videogiochi, tanto che furono migliaia le polemiche che trapelarono quando uscì. Potrebbe essere paragonato al caso GTA: tanta violenza no-sense, quasi comica, per un titolo che, sostanzialmente era solamente un buon picchiaduro e che solo in seguito avrebbe perfezionato il proprio gameplay. Sicuramente questo primo capitolo fu l’inizio di una delle saghe di picchiaduro a incontri più apprezzate della storia nonché quello dalla grafica più ‘realistica’ per l’epoca visto che sfruttava le movenze di attori veri e propri digitalizzati. Fino a quel momento eravamo soliti vedere personaggi pixellosi più simili a un cartone animato, ma, in questo caso, si faceva sul serio. Con un comparto estetico del genere, deve aver pensato Boon, la violenza espressa sarebbe stata di sicuro più impatto. E così fu. Pensate che anche la stessa Nintendo, da sempre ferma sul tema della violenza nei videogiochi, pubblicò questo primo episodio per SNES censurato in maniera ignobile, tanto da snaturarlo completamente (non solo erano sparite le Fatality, ma anche il sangue non era presente). L’enorme insuccesso e la delusione dei fan fecero però in modo che la casa di Mario acconsentisse, con la trasposizione del secondo episodio, sempre per Super Nintendo, a inserire tutto il macello di Fatality e schizzi di sangue. Ormai il mondo, anche per la puritana Nintendo era cambiato. L’episodio che vi ho raccontato poco sopra è uno di quelli che fanno parte della vita di un ex giovane videogiocatore, uno di quelli che ti fanno capire perché si apprezzi un determinato genere di videogiochi, insomma un racconto di ‘cuore’, come direbbe il buon Kano. Mortal Kombat fu rivoluzionario e pose le basi per i videogiochi attuali. Mostruoso.