Layers of Fear
Recensione

Layers of Fear

  • Versioni: PC PS4 Xbox One
  • Chiunque vi parlerà di questo gioco, facendo un gioco di associazioni ad altri titoli, non si esimerà dal citare P.T., ovvero l’emozionante e chiaccheratissima demo di quel Silent Hills di Kojima, distribuita da Konami, prima che il progetto colasse a picco, trasformando tutto questo in bel ricordo. Sono presenti numerosi elementi che accomunano i due prodotti, soprattutto nella capacità degli autori di far provare brividi a fior di pelle in tutti coloro che, in modo avventato, abbiano deciso di camminare, un passo alla volta, in quei corridoi stretti, nelle stanze claustrofobiche e volessero puntare lo sguardo in una direzione ben sapendo che, molto probabilmente, il male li potrebbe attaccare alle spalle. Nella realtà questi prodotti non sono altro che la perfetta evoluzione di un certo tipo di giochi, appartenenti al genere di avventura grafica, nello stile di Myst. La visuale in prima persona aiuta moltissimo il giocatore ad immedesimarsi nell’ambiente in cui viene collocato, provocando quella curiosità e quello stimolo a proseguire dovuta proprio al fatto che ci si sente fisicamente nel luogo in cui si è collocati virtualmente. Layers of Fear infatti sarebbe certamente un prodotto che beneficerebbe in modo profondo di un supporto ai neonati sistemi VR, complice anche l’ottimo comparto sonoro, per godere a tutto tondo di questa esperienza. A differenza di Alien: Isolation, produzione “tripla A” in grado di miscelare sapientemente il pericolo reale a quello paventato dal semplice clangore di suoni lontani e quasi percepiti, in questo caso ci si deve districare tra il mondo reale e quello metafisico di un trip mentale.

    L’ABISSO TI GUARDA DENTRO

    Non sempre avere tutto nella vita permette il godimento dei frutti che, in un modo o nell’altro, sono a disposizione; basterebbe allungare una mano e invece… Siamo nei panni di un noto artista, sappiamo che è famoso e di successo per l’opulenza del suo maniero e sappiamo che, in teoria, anche il resto della sua famiglia lo ama ed è tutto apparentemente perfetto. Eppure in quell’orchestra di elementi confortevoli qualcosa stona, una nota, un rumore che echeggia nell’ambiente, dentro di lui, intorno a lui? Assurgere all’arte che supera sé stessa, cercare l’oltre che sembra a due passi e invece si allontana dietro ogni angolo, sembra portare il protagonista in un’inesorabile caduta nel buio e nei tormenti di un ambiente ostile e nel quale saremo immersi, ma avremo il compito di indagare. Ogni cosa, intorno a noi, ci spinge ad andare oltre ed è piacevole come l’ossessione di chi andiamo ad impersonare ci pervada, lentamente, fino a diventare parte di noi. Gli indizi sono ovunque, ma è piacevole pensare che ci sia quell’elemento in più che dobbiamo scovare e che ci spinge a rovistare in ogni anfratto. Il grosso difetto però è proprio che questo viaggio malato in un mondo tutto da scoprire sia piuttosto lineare. Al contrario avrebbe di certo giovato qualche enigma machiavellico o quella quest che tende a ribaltare le carte in tavola, rimescolando i presupposti che ci siamo fatti, mentre arriviamo a fare chiarezza su queste vicende. Il fatto stesso che la longevità sia davvero ridotta, sottolinea quanto in realtà ci sia una certa superficialità alla base di questa produzione, che ha avuto l’indubbia capacità di costruire un’idea solida ed un ottimo comparto tecnico per agevolarne l’esperienza, ma ci si ferma ad una capacità concettuale, senza concretizzarsi e per questo tenda infine a spegnersi come un lumicino al primo soffio del vento.

    CHI HA SPENTO LA LUCE?!

    Per essere un filo cattivelli si potrebbe correre il rischio di considerare Layers of Fear come un bellissimo esercizio di stile. Bello sicuramente da vedere, ma troppo poco interattivo nella sostanza, come una splendida vetrina di un negozio in cui si possono ammirare tante cose belle, ma quando è il momento di agire in modo vero e proprio ci si deve limitare a “guardare ma non toccare”. Abbiamo aperto ogni sorta di cassetto, in cerca di indizi, varcato ogni soglia sperando di arguire l’indizio che ci potesse portare nella stanza successiva, ma manca quella possibilità di “piegare l’ambiente” alla nostra fame di esplorazione, se non per ciò che concerne eventi prestabiliti. Dal punto di vista estetico il lavoro svolto da Bloober Team SA è eccellente e funzionale al senso di inquietudine. Gli effetti particellari, dovuti ad una lama luminosa, filtrata in lontananza da una finestra o dalla luce elettrica di una lampadina, è in grado di proiettare ombre ed effetti in chiaroscuro che vanno in qualche modo a modificare la percezione di ciò che ci circonda. Questi effetti, che giocano un ruolo da protagonista nella fotografia cinematografica di alcune stanze, rafforzano il tono dei colori più freddi o più caldi, spiccando in modo netto nel contrasto con le opere d’arte del protagonista stesso. Dal punto di vista sonoro il tutto ricalca pedissequamente lo stato tormentato dell’artista, che si agita in una notte di tempesta, e che muta nel progredire del gioco, facendoci percepire le voci o ascoltando la musica attraverso un grammofono.

    Pro

    • Graficamente affascinante
    • Emotivamente coinvolgente...

    Contro

    • ...cerebralmente poco stimolante
    • Longevità ridotta ai minimi termini

    Conclusioni

    Un brivido di piacere scorre lungo la schiena del giocatore, mentre attraversa le stanze di una magione tutta da esplorare. Seppure ci sia da considerare che il mistero e la paura trasudino da ogni parete, rendendo l’esperienza come il perfetto trait d’union tra un film e un libro, si deve considerare che l’ottimo piatto di portata, purtroppo, si consuma piuttosto rapidamente. Ci sarebbe piaciuto vivere il tutto non solo visivamente, ma anche con il coinvolgimento di enigmi più complessi, per incrementare lo stato di ansia e interazione con l’ambiente. Il prezzo del biglietto per portare a casa questo splendido viaggio è forse troppo alto ma è certo che, budget a parte, “s’ha da fare”.

    7.0 1