Thimbleweed Park
Recensione

Thimbleweed Park

  • Versioni: PC PS4 Xbox One
  • Per tutti coloro che, come il sottoscritto, sono cresciuti a pane e avventure grafiche, sentir parlare di Ron Gilbert è sempre un tuffo al cuore. Per chi non lo conoscesse, fu questo signore a creare l’universo di Monkey Island e a dare a un genere come quello dei punta e clicca, un’ispirazione totalmente nuova, ricca di enigmi assurdi, personaggi caratterizzati ai massimi livelli e mondi indimenticabili. Uno degli elementi che, però, caratterizzava maggiormente il lavoro di Mr. Gilbert, era la forte vena comica che accompagnava ogni situazione. Ricordo ancora con piacere i moltissimi istanti di pura ilarità mentre giocavo a Monkey Island 1 e 2, cosa che difficilmente si è poi trovato in altre produzioni. La notizia che Ron stesse lavorando a un nuovo titolo, era stata accolta con molto interesse dai giocatori ‘meno giovani’, e quasi con totale indifferenza dai neofiti. Tranquilli, però, sembra che Thimbleweed Park possa mettere d’accordo tutte le generazioni, a patto che non si cerchi un titolo immediato e ricco d’azione.

     

    Un cadavere e tanto mistero

    Tutto comincia con un omicidio, un uomo, del quale non sappiamo nulla, viene fatto secco, così su due piedi. Il suo cadavere resta a marcire sino all’arrivo di due agenti, Ray e Reyes, una coppia simile a Mulder e Skully di X-Files e che si dimostrerà comica sin dall’inizio, con lei preparata e competente e lui goffo nell’effettuare le operazioni più semplici che gli verranno richieste. Il tema del cadavere sembra echeggiare qualcosa di lugubre e macabro ma, in realtà, sin da subito esploderà quella vena irriverente e straordinariamente comica vissuta nei precedenti lavori di Gilbert. Subito i personaggi ci sembreranno uscire pari pari da quelle magnifiche avventure grafiche di inizio anni ’90, e i riferimenti a tale periodo saranno veramente tanti. Parliamo, ad esempio, dello sceriffo multiforme, del clown Ransome e della giovane ereditiera della fabbrica di cuscini: tutti caratterizzati in maniera certosina, dotati di un carisma e un fascino che solo all’interno di questo genere hanno piena realizzazione. Si arriverà a governare ben cinque personaggi, ognuno dotato del proprio inventario, mossi dai quei famosi verbi fondamentali per la risoluzione dei pazzi enigmi che occupano tutta la storia. Il lavoro di Gilbert e Winnick va, però, oltre il videogioco, oltre l’avventura grafica: esso diviene il presupposto per riproporre quei cliché mai dimenticati che gli amanti del genere hanno sempre apprezzato, dando, però, la costante sensazione che i personaggi siano ben consci del trovarsi in un’altra epoca storica rispetto ai favolosi anni ’90, e questa consapevolezza è data dalle battute, spesso e volentieri celate in lunghi dialoghi, dai personaggi che si rivolgono direttamente al genere di cui fa parte la storia nella quale stanno vivendo. Ecco, gli attori di questo mondo pixelloso sanno di essere fuori dal tempo in cui si collocano generalmente le grandi avventure grafiche, e fanno in modo che anche il giocatore ne sia consapevole, sia che si tratti di un neofita o più navigato. Thimbleweed Park rimane un titolo molto accessibile, nel quale ‘non si muore mai’ così come affermato all’inizio da un protagonista, adatto sia a coloro che si approcciano per la prima volta a questa tipologia di titoli che per quelli che hanno già avuto a che fare. Gli ultimi, ovviamente, saranno più avvantaggiati nel comprendere alcune battute ma anche a riconoscere i protagonisti e i cliché provenienti direttamente dalle ‘vecchie’ avventure grafiche. Non sarà infatti difficile riscontrare tanti piccoli indizi, elementi di secondo piano o camei in grado di riportare alla mente i lavori precedenti di Ron Gilbert, a partire dal titolo del gioco stesso, talmente impronunciabile da riportare alla memoria il nome di un certo giovane pirata, tale Guybrush Threepwood, che per moltissime ore ci ha accompagnato nelle sue scorribande sulle isole dei Caraibi. Insomma appare chiaro come Thimbleweed Park sia più che una semplice avventura grafica, ma rappresenti anche una sorta di sunto dell’immenso lavoro di Ron Gilbert, il che va oltre alla semplice citazione, ma diventa una sorta di mantra per tutti gli appassionati del genere.

     

     Scervellati

    Uno degli elementi di maggior impatto in questo gioco è rappresentato dalla presenza dei cinque personaggi utilizzabili che, come scritto poco sopra, si traducono in cinque inventari ricchi di tutti quegli oggetti che, una volta combinati, porteranno alla risoluzione dei cervellotici enigmi. Come da tradizione, tutto sembra permeato da una sorta di ‘no-sense’ continuo, da momenti di umorismo che inspessiscono la trama e che comunque portano il giocatore a voler continuare sino alla conclusione della stessa. Come da consuetudine, è possibile scegliere il grado di sfida con cui affrontare il titolo: scegliendo quello più semplice si perderanno moltissime situazioni, quindi tanto vale partire con quello difficile per gustare al meglio le trovate del duo Gilbert – Winnick. La sensazione di smarrimento sarà la stessa di venticinque anni fa, ovvero si farà veramente fatica a trovare il bandolo della matassa di alcuni puzzle portandoci a perdere ore di fronte ad alcune situazioni. Proprio qui sta il bello: una volta trovato lo spunto giusto, si riuscirà a procedere nel gioco e ad entrare nei meccanismi (malati) di questo titolo. Serviranno circa sedici ore per completarlo in maniera piuttosto rapida, ma aggiungetene pure molte di più nel caso ci si fermasse in alcune sezioni. Il bello di questi titoli, almeno per tutti coloro che, come il sottoscritto, li hanno vissuti nell’epoca d’oro, era rappresentato dal confronto con gli amici, visto che internet non aveva avuto ancora una diffusione come ai giorni nostri e, anzi, non era approdato in nessuna casa. Questo confronto, comunque, portava ad aiutarsi, a elevarsi a mito nel caso si riuscisse prima di altri a risolvere un enigma complicatissimo. Con lo stesso spirito ci si dovrebbe approcciare a Thimbleweed Park, senza cercare sul web nel caso non si riuscisse a risolvere un puzzle in cinque minuti. Pazienza, è questa la parola chiave. Quale miglior stile grafico si adatta ad un gioco del genere, se non quello dei pixel? Ricchi di storia, questi quadratini colorati che ci hanno fatto passare tanti pomeriggi di fronte allo schermo tornano a essere protagonisti in un’avventura grafica. La semplicità dell’aspetto visivo, in tutta la sua magificenza, però, non deve trarre in inganno l’utente, perché stiamo comunque parlando di personaggi e di una storia molto più profondi di molte controparti poligonali dotati di grafica fotorealistica. Ad arricchire l’aspetto tecnico, interviene il comparto audio, con un doppiaggio originale inglese, accompagnato dai sottotitoli in italiano, e una colonna sonora coinvolgente in grado di sottolineare al meglio ogni situazione.  

    Pro

    • Enigmi spettacolari
    • Personaggi e storia di altissimo livello
    • Tanti rimandi al mondo delle avventure grafiche

    Contro

    • Spesso risulta difficile gestire cinque personaggi

    Conclusioni

    Thimbleweed Park si dimostra come un’opera veramente degna della mano di Ron Gilbert e Winnick. Tantissimi rimandi alle precedenti opere del padre di Guybrush Threepwood, molti enigmi esilaranti da risolvere in maniera insolita e la comicità di tutte le situazioni, fanno di questo gioco una pietra miliare per il genere ‘punta-e-clicca’ un titolo che dovrebbe rientrare nella libreria di tutti gli appassionati e che può far fare un tuffo nel passato ai giocatori più navigati e scoprire un genere ai giovani gamer. Non possiamo fare altro se non conisgliare molto caldamente Thimbleweed Park, a patto che abbiate la pazienza di giocarci ‘come si faceva una volta’, ovvero cercando di risolvere gli enigmi facendo solo affidamento alle vostre meningi, evitando di cercare soluzioni sul web. Pazienza e intuito, sono queste le caratteristiche fondamentali per giocare a Thimbleweed Park. Non ne resterete delusi.

    9.0 1

    Articoli Scritto da Carlo Ziboni - Gamesnote.it

    Amante fin da bambino del mondo dei videogiochi, dopo un continuo scroccare partite con l'Atari di cugini vari, ho iniziato a fare sul serio nel 1987, quando in casa arrivò il mitico NES. Inutile dire che da quel momento, per me esistevano solamente Mario e soci. Con il passare degli anni e i migliaia di giochi passati sotto le mie grinfie, ho iniziato ad avere un sentimento di tolleranza anche verso SEGA, per poi entrare nel mondo Playstation e PC. Praticamente non ho mai perso una console Nintendo da trent'anni a questa parte. Questa mia passione viscerale per i videogiochi, nata nelle sale giochi anni '80, mi ha portato a collaborare per otto anni con Spaziogames.it, mentre nel frattempo in me nasceva l'idea di creare Gamesnote.it, una piattaforma libera e indipendente.