Retro Weekend: Prince of Persia – The Sands of Time
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Retro Weekend: Prince of Persia – The Sands of Time

Avventura da fiaba e controllo del tempo

  • Versioni: PC Xbox One Retrogames
  • “Molti credono che il tempo sia come un fiume che scorre lento in un’unica direzione, ma io che l’ho visto da vicino posso assicurarti che… si sbagliano! Il tempo è un mare in tempesta. Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siediti e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito.”

    Introduzione magnifica. Una leggenda? E invece no, quello che il principe senza nome racconterà è tutto vero. Prince of Persia: The Sands of Time (o Le Sabbie del Tempo, se preferite) si apre con questo preambolo, portandoci così a rivivere il suo intero viaggio e le peripezie in cui incomberà a causa del Pugnale del Tempo. Il protagonista sarà infatti anche voce narrante degli eventi che andremo ad affrontare nel gioco. Nel 2003 Ubisoft diede vita ad un’opera veramente grandiosa, vantando anche sulla consulenza creativa, il game design e lo screenplay di Jordan Mechner, il creatore del brand (ne parlammo proprio in un appuntamento apposito).

    Prince of Persia: The Sands of Time è stato rilasciato su PlayStation 2, GameCube ed Xbox (ed ovviamente su PC; da qualche tempo retrocompatibile pure su Xbox One); queste ultime due sono le versioni migliori dal punto di vista tecnico (meno sporche e più ricche in dettagli e definizione). Per la sua realizzazione Mechner e il team Ubisoft Montreal si ispirarono ai racconti de Le mille e una notte, sebbene inizialmente fossero previsti molti più elementi narrativi, personaggi e situazioni di gioco. Il tutto venne scartato in quanto l’obiettivo era quello di proporre una storia semplice e coinvolgente che si basasse su quattro punti chiave: luogo e tempo, combattimento, platforming acrobatico e rewind. Questi concetti funzionarono alla grande e il risultato finale ha dato vita al successo commerciale che ormai tutti conosciamo, portando così allo sviluppo di due seguiti diretti che compongono la trilogia de Le Sabbie del tempo. Dopo il noto trittico, Ubisoft sviluppò anche altri due capitoli (tre in realtà): uno totalmente slegato dal contesto della trilogia, intitolato semplicemente Prince of Persia, e un altro in occasione del film uscito nel 2010, ovvero The Forgotten Sands con protagonista il principe de Le Sabbie del Tempo. Tra parentesi ho scritto che i giochi sono tre in realtà per il semplice motivo che la versione Wii di The Forgotten Sands in realtà è un prodotto totalmente diverso rispetto alla controparte Xbox 360 e PlayStation 3.

    Prince of Persia

    Onore e gloria

    Il giovane principe non vuole far altro che riscattarsi e conquistare onore e gloria nella sua prima battaglia. Raggiunto il palazzo del maharaja, l’ignaro eroe saccheggia un sacro artefatto, noto come Pugnale del Tempo. Gli uomini di suo padre, il re di Persia, portano via una misteriosa clessidra contenente invece le Sabbie del Tempo. Raggiunto il palazzo del sultano di Azad, il re decide di dargli in dono Farah, la figlia del maharaja. Qui riappare il visir, il vecchio uomo che ha indicato al padre del principe dove trovare i tesori poiché ambiti prima da egli stesso. Con l’inganno spinge infatti il protagonista a liberare le Sabbie del Tempo, inserendo l’apposito pugnale nella clessidra. Questo evento sprigiona una catastrofe e tutti si tramutano in mostri di sabbia, tranne il malvagio visir, Farah e il principe. I due finiscono con l’aiutarsi a vicenda anche se l’eroe senza nome tentenna a fidarsi della giovane ragazza, ritenendosi egli stesso responsabile del triste accaduto. La trama in sé è basilare, ma riesce nell’intento di coinvolgere il giocatore grazie ad una narrazione efficace e ottimi personaggi, nonché per il rapporto tra il principe e Farah. Non male nemmeno il doppiaggio italiano (nel secondo dovremo invece sorbirci Gabriel Garko), ma chiaramente l’interpretazione originale è tutt’altra cosa.

    L’avventura di Prince of Persia: The Sands of Time si svolge tutta nell’arco di circa ventiquattro ore nel palazzo del sultano di Azad. Non per altro Ubisoft prese in parte ispirazione dal magnifico ICO di Fumito Ueda, volendo anche loro ricreare un’esperienza simile, seppur in chiave parecchio differente. Ritroviamo infatti una location piena di insidie, nemici, rompicapi e la collaborazione dei due compagni di viaggio (il principe e Farah, proprio come Ico e Yorda). In Prince of Persia vengono però enfatizzati combattimento e platforming, evolvendo nel miglior modo possibile il concept del primo capitolo in assoluto, uscito nel 1989. Si tratta infatti di uno dei primissimi giochi 3D con elementi platform da parkour (concetto poi evoluto in Assassin’s Creed) e scalate in maniera un po’ semi-scriptata per rendere l’azione molto più veloce, fluida e immediata. Questo garantì ai tempi dei ritmi di gioco semplicemente straordinari per una produzione in tre dimensioni; qualcosa che non si era mai visto nei platform dal contesto simil-realistico (o meglio dove i protagonisti non hanno abilità sovrumane come super salti, volo e simili). Possiamo infatti sostenere senza remore alcuno che Uncharted sia un po’ figlio del Prince of Persia di Ubisoft (sebbene nel titolo Naughty Dog l’esecuzione sia ancor più scriptata). E questo vale per tutti i titoli arrivati dopo.

    Il PoP Team e Jordan Mechner sono riusciti a ricreare un’opera semplice ed avvincente sotto tutti i punti di vista. Prince of Persia: The Sands of Time regala infatti un’esperienza coinvolgente grazie all’insieme delle meccaniche di gioco ben implementate nel contesto, caratterizzandola con un comparto tecnico ed una direzione artistica notevoli e una colonna sonora preziosa. Questo mix risulta riuscitissimo e rende l’avventura dannatamente piacevole dall’inizio alla fine, talmente tanto che è possibile gustarsela tutta d’un fiato e portarla al termine in una sola lunga sessione di gameplay (come ho fatto io ieri – NdR). The Sands of Time è stato quindi un’ottima base per i suoi sequel che andranno ad evolvere la formula, migliorandola sotto tutti i punti di vista, raggiungendo però l’apice nel secondo – Warrior Within -, merito pure di una struttura un po’ in stile metroidvania. I capitoli successivi perdono tuttavia l’atmosfera tipica da mille e una notte abbracciando uno stile più dark e cupo, il quale marca anche l’animo del principe in quel momento.

    Prince of Persia

    “No, non è così che è andata”

    La struttura di Prince of Persia è abbastanza basilare: ritroviamo sezioni platforming, rompicapi e combattimenti, spesso accompagnati e aiutati da Farah. La varietà trova la sua forma nella difficoltà sempre crescente degli elementi appena menzionati, andando così ad arricchire l’esperienza. Il colpo di genio è però il Pugnale del Tempo, fondamentale sia nel combat system che nel puro platforming. La possibilità di poter sfruttare il rewind dopo un errore potrebbe rivelarsi come qualcosa che abbassa il livello di sfida, ma in realtà non è così. In primis perché il giocatore non può sfruttare all’infinito l’abilità del pugnale in quanto vi sono degli slot di sabbia specifici. In secundis vi è una barra circolare che indica il riavvolgimento del tempo o dei vari poteri; se cerchiamo di tornare indietro quando non è completamente carica, c’è il rischio di non riuscire a riavvolgere tutto prima di una caduta, rendendo impossibile ripetere l’azione e dovendo ricominciare dal checkpoint. Il pugnale rende poi più frizzante i combattimenti; tra le varie azioni eseguibili vi è quella di “freezare” i nemici, rendendoli completamente di sabbia, o il rallentamento del tempo. Il suo adempimento principale è però il colpo di grazia una volta atterrati i mostri, altrimenti si rialzerebbero ogni volta all’infinito.

    Quello di Prince of Persia: The Sands of Time è un viaggio bellissimo intriso da un’atmosfera da fiaba, quasi da sogno. A dar valore a tutto questo ci pensa la colonna sonora realizzata da Stuart Chatwood, il cui compito era quello di comporre un tipo di musica vicina allo stile persiano. Il risultato è un mix di sonorità rock unite alle melodie mediorentali e indiane, sebbene prevalgano molto più quest’ultime a differenza del sequel in cui Chatwood decide di dare un tocco più forte e suo. Uno degli ultimi battle theme è tra i migliori dell’intera serie. Tra salti e acrobazie sempre pazzesche (tutte realizzate con motion capture), combattimenti avvincenti, sezioni puzzle solving di buon livello e svariati momenti memorabili, il titolo offre un’esperienza appassionante e significativa, coprendo senz’altro un ruolo importante nella storia dei videogiochi. Tutto è sapientemente gestito e nella sua semplicità; The Sands of Time non risulta mai banale (a parte alcune trovate platforming un po’ surreali, come se tutto fosse costruito ad hoc per il principe) ed è veramente difficile trovargli dei veri e propri difetti. Non riterrei infatti la longevità non esaltante un vero problema, anche perché, proprio come ICO, la durata è semplicemente perfetta per la natura del gioco. L’unico piccolo neo potrebbe essere ricercato nell’assenza di reali boss battle oltre quella finale (sebbene una nel mezzo ne abbia quasi le fattezze), ma nell’ecosistema dell’opera tutto sommato non se ne sente nemmeno il peso e ciò verrà poi corretto nei due seguiti, insieme alle molteplici aggiunte di spessore che vanterà già Warrior Within.

    Il primo capitolo è in genere quello che non si scorda mai; pur considerando che il secondo migliora quasi ogni aspetto della formula, The Sands of Time – complice anche la sua atmosfera – è quello che più di tutti lascia un segno indelebile nel cuore. Sappiate però che solo con l’intera trilogia tutti i nodi verranno al pettine ed è quindi consigliabile giocare i tre episodi quasi come un’unica grande opera e vivere così un’esperienza magnifica e indimenticabile. Quanto vorrei un nuovo Prince of Persia dal sapore della trilogia de Le Sabbie del Tempo.

    Articoli Scritto da Ismaele

    Appassionato di videogiochi sin dalla tenera età di 3 anni, scrive per il settore dal 2010 e da allora non si è più fermato. Nutre amore profondo per Nintendo ed i suoi brand, in particolare per quello di The Legend of Zelda. Col tempo, però, ha conosciuto e scoperto tante nuove produzioni, sia odierne che del passato, affinando i suoi gusti e la sua cultura videoludica. Nel tempo perso, ambisce a diventare un game designer ed un compositore-musicista, ma restano sogni chiusi nel cassetto... almeno per ora!