Retro Weekend: Ape Escape
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Retro Weekend: Ape Escape

A caccia di scimmie a spasso nel tempo

  • Versioni: Retrogames
  • Dopo avervi parlato della primissima epopea di Kratos, per questo appuntamento retroludico domenicale cambiamo totalmente genere e tematiche: dalla furia del Fantasma di Sparta di God of War alla caccia alle scimmie di Ape Escape. Dopotutto, è anche questo il Retro Weekend. Ma perché proprio Ape Escape? Considerando che proprio qualche settimana fa è stato aggiornato il sito ufficiale, dopo otto anni di inattività, ci è sembrato doveroso rimembrare quello che è un platform incredibile, uscito nel 1999 sulla gloriosa PlayStation, viste le probabilità di qualche annuncio apposito.

    Prima di buttarci a capofitto sulle caratteristiche dell’opera odierna, ci sono alcune piccole premesse da fare: Sony entra nel settore videoludico con PlayStation nel 1994. Il controller, però, non ha le levette analogiche del Dualshock che tutti noi oggi conosciamo. Bisogna attendere che la grande N immetta sul mercato il suo Nintendo 64, proponendo il joypad tricornuto che presenta lo stick analogico. A quel punto, Sony non ci sta e crea l’Analog Controller, una versione molto simile a quella che sarà in seguito il Dualshock. ma con levette leggermente differenti ed impugnatura un po’ più grande. Nintendo dopo un po’ propone il Rumble Pak, un accrocchio da inserire in uno scompartimento apposito del controller per permettergli di vibrare. Al giorno d’oggi, specie con l’HD Rumble, è un elemento ormai comunissimo e di default nei videogiochi, ma ai tempi si trattava di una importante novità. Fu così che Sony si adattò alla nuova invenzione della casa di Kyoto: nasce il Dualshock, un pad che non ha bisogno di nessuna periferica esterna, perché è tutto già preimpostato per permettergli di vibrare.

    Ape Escape - First level screenshot

     

    Doppio analogico

    Se la vibrazione fu poi comune in molti titoli PS1, lo stesso non si può dire delle leve analogiche; o meglio, di quella destra. Sì, perché Sony decise di rincorrere la rivale, ma allo stesso tempo introdusse quello che oggi è uno standard: una seconda levetta analogica. Il controller del Nintendo 64 ne aveva solamente una e siccome al colosso giapponese piace prendere spunto dalle idee altrui aggiungendo però qualcosa di suo, ecco spiegato l’inserimento delle due leve (d’altronde c’è da dire sia pure per un fattore estetico; lo stesso controller PlayStation, così come lo conosciamo, con un solo analogico posto tipo al centro sarebbe stato bruttino da guardare, per non dire orripilante). Tuttavia, ai tempi la seconda levetta non era pensata per il controllo della telecamera (caratteristica del 99% dei prodotti odierni) e fu sempre Nintendo ad arrivarci in futuro con il C-Stick del GameCube utilizzato sia come levetta analogica che come pulsanti C. Ritorniamo però ad Analog Controller e Dualshock. Ai tempi, come appena ribadito, non c’era la concezione di controllare la telecamera con la levetta destra. Ricorderete che in moltissimi giochi PlayStation era possibile ruotarla con L2 e R2, mentre in quelli Nintendo con i tasti C (a meno che non si trattasse di giochi come Zelda in cui si poteva soltanto centrare con Z). A che serviva il secondo analogico, quindi? Eh, bella domanda. A nulla. O meglio: a poco. Fu un’invenzione limitata. In molti prodotti, come ad esempio i racing game, si poteva sfruttare la levetta destra a mo’ di trigger, per dosare frenata e accelerazione. Ricordiamo che ai tempi non esistevano i grilletti inventati da SEGA con il controller Dreamcast e che su PlayStation si accelerava con X e si frenava con quadrato… altri tempi. Senza grilletti, avevamo solo i dorsali introdotti con il controller del Super Famicom, per cui l’analogico destro nei racing game aveva la sua utilità, tutto sommato. In altri titoli, però, tutto si limitava al nulla o alle stesse azioni dei pulsanti principali. Rarissime sono le opere che provavano a sfruttarlo un po’ di più, ma è stato necessario attendere quello che è forse l’unico titolo che sfrutta il Dualshock (o Analog controller) al 100% delle sue potenzialità, in maniera totalmente originale: Ape Escape.

    Il platform dell’attuale SIE Japan Studio fu ai tempi una vera rivelazione. Spesso ci si ricorda della prima PlayStation per Crash Bandicoot, Spyro the Dragon, Croc: Legend of the Gobbos, Rayman, Gex, Klonoa, Tombi e compagnia cantante, restando nel genere in questione. Ape Escape, invece, quasi non nutre della stessa fama, sebbene sono comunque sicuro che là fuori ci siano parecchi videogiocatori che lo portano ancora nel cuore (come un po’ tutti i titoli di quando si era più piccoli o giovani). Ape Escape non è solo un platform fantastico e spassosissimo, ma anche unico e peculiare nel suo genere. Il team di sviluppo, conosciuto ai tempi come SCE Japan Studio, ebbe l’arduo compito di sfruttare quel maledetto secondo analogico. Sony avrà pensato: “lo abbiamo inventato e ora bisogna renderlo utile” e Japan Studio lo fece nel miglior modo possibile. La loro opera è una delle poche che necessita l’utilizzo di tutti i pulsanti del controller PS1. Vi basti pensare che con la croce direzionale si controlla la telecamera similmente a come oggi facciamo con l’analogico destro. Per cui, sembra proprio si tratti del primo titolo a vantare una rotazione della visuale “completa” e a quei tempi era davvero manna dal cielo; una svolta non di certo indifferente. Chiaro, controllare la camera con la croce direzionale non era il massimo, specie non potendo impostare il movimento del personaggio sull’analogico destro. Per il resto, si trattava tuttavia di un elemento non di poco conto. La visuale non è però l’elemento di spicco di Ape Escape. Andiamo a vedere dunque come sfrutta in maniera originale il secondo analogico.

    Ape Escape - Beach screenshot

    Questione di rotazioni

    A differenza di tutti gli altri videogiochi di quel periodo, nel titolo targato Japan Studio i quattro pulsanti assumono un ruolo “marginale”. Similmente a come insegna il buon Ocarina of Time con la selezione degli item sui tre tasti C, in Ape Escape ci è concesso avere quattro scelte rapide (rispettive ad ogni pulsante) dei vari gadget presenti nel gioco. In questo modo le azioni che è possibile svolgere saranno tutte incentrate sul movimento o la pressione dell’analogico destro. L’obiettivo in Ape Escape è quello di catturare in ogni livello un numero prestabilito di scimmie con il retino. Il protagonista, Kakeru, può contare anche su una spada stordente che insieme al retino compongono i gadget iniziali dell’avventura. A seconda del movimento, quella sarà la direzione del colpo e con la spada è possibile eseguire anche un attacco rotante, semplicemente ruotando la levetta destra a 360 gradi.

    I gadget primari ci danno però solo un assaggio di tutte le possibilità offerte dal sistema di controllo del titolo. Proseguendo nell’avventura potremo quindi contare su svariate stramberie, come l’elica per volare sfruttando la semplice rotazione dell’analogico, la macchina radiocomandata da controllare con la seconda levetta, la fionda con cui emulare la tensione della corda (con tanto di visuale anche in prima persona) e così via. Non finisce qui, in quanto vi saranno anche dei particolari veicoli come la barca o il carro armato che vanno controllati con il movimento simultaneo di entrambi gli analogici e a tal proposito vi sono pure dei minigiochi come ad esempio la boxe in cui le due levette corrispondono alle rispettive braccia. Le scimmie spesso si nascondono pure in acqua; il controllo subacqueo è semplice ed immediato e con la pressione dell’analogico destro, Kakeru può sparare una rete per acciuffare i maledetti primati.

    Ape Escape è però meraviglioso non solo per la sua giocabilità davvero spassosa e caratteristica e per l’inventiva di cui si avvale, ma anche e soprattutto per le situazioni di gioco riproposte; tutte sempre avvincenti e ben studiate. Vi sono persino delle meccaniche stealth, seppur sempliciotte. Molte delle scimmie che dobbiamo catturare regalano momenti fantastici e divertentissimi. Il tutto accompagnato da un level design certosino è di gran spessore tanto che nei vari livelli ci sono pure delle strutture simil dungeon in cui non mancano elementi tipici da rompicapo e sezioni platforming eccezionali. Eh no, se i pulsanti sono scelte rapide, il salto si esegue con R1. Ape Escape è un conglomerato di divertimento genuino; l’essenza del videogioco e del genere platform. In base al colore è possibile capire la tipologia di scimmia (aggressiva, difficile da acciuffare e così via) e con l’apposito radar il giocatore può analizzare nome e statistiche. Inoltre, attenzione, perché se è vero che basta ghermire gli scimpanzé richiesti per portare a termine il livello, ognuno ne ha comunque di più e per accedere al vero finale sarà necessario acciuffarli tutti. Negli stage vi sono nascosti anche dei particolari gettoni appartenenti all’antagonista, Specter, diventato intelligente grazie ad uno strano e particolare elmetto.

    Il motivo per cui dobbiamo catturare i primati? Semplice, il cattivone di turno, arrivato ai livelli di super-genio, decide di lasciare il parco divertimenti per conquistare il mondo. Attrezza dello stesso elmetto tutte le altre scimmie del parco per costruire un vero e proprio esercito. Intanto, Kakeru e il suo migliore amico, Hiroki, decidono di andare a trovare il professor Hakase al laboratorio, il quale ha ultimato i preparativi della sua ultima invenzione: la macchina del tempo. Giungono nella stessa destinazione anche le scimmie di Specter e le cose non vanno per il verso giusto: i due amici, insieme ai primati, vengono scaraventati nel lontano passato. Il compito di Kakeru consiste quindi nel catturare scimmie e farsi strada a spasso nel tempo sino al ritorno nel presente e fermare il capo degli scimpanzé, Specter. Ape Escape è condito di ilarità, situazioni demenziali e irriverenti che donano all’opera un carisma straordinario. Peccato per un doppiaggio italiano pessimo che fa perdere in parte il mordente, seppur qualche risata ve la strapperà ugualmente per quanto è buffo. Fortunatamente, la bontà del titolo rimane inalterata. Sotto il profilo tecnico non è di sicuro il meglio visto su PS1, ma la varietà delle ambientazioni e degli stage riesce comunque a dare risalto al titolo che resta, nonostante gli anni, ancora molto bello da vedere, sebbene un po’ invecchiato (ma godibile, rispetto ad altre produzioni 3D). Non da meno la colonna sonora che svolge il suo dovere con composizioni simpatiche ed allegre che ci accompagneranno per tutta la durata dell’avventura.

    La perla di Japan Studio riscontrò un notevole successo, tanto da spingere Sony alla pubblicazione di alcuni seguiti e spin-off su PlayStation 2 e PSP. La serie è andata tuttavia un po’ scemando, proponendo sì comunque titoli di qualità, ma sprovvisti di quel guizzo in più, senza rinnovare troppo la formula di gioco. E quello che risultava originale nel 1999 non lo era più in seguito. Il primo capitolo rimane quindi il migliore della saga, sia per la rivelazione che fu ai tempi, sia perché si tratta di un platform magnifico sotto tutti i punti di vista; probabilmente il migliore della prima PlayStation.

    Ape Escape - Castle screenshot

    Articoli Scritto da Ismaele

    Appassionato di videogiochi sin dalla tenera età di 3 anni, scrive per il settore dal 2010 e da allora non si è più fermato. Nutre amore profondo per Nintendo ed i suoi brand, in particolare per quello di The Legend of Zelda. Col tempo, però, ha conosciuto e scoperto tante nuove produzioni, sia odierne che del passato, affinando i suoi gusti e la sua cultura videoludica. Nel tempo perso, ambisce a diventare un game designer ed un compositore-musicista, ma restano sogni chiusi nel cassetto... almeno per ora!